I tecnocasi della vita

30/11/2008

Stiamo parlando del prato dove dorme Barnaba. Lo stesso dove ci siamo rotolati insieme per anni. Stiamo parlando di quello stesso posto che negli ultimi anni era affollato di rane, assurdamente più d’inverno che d’estate. Di quel posto io riconosco le foglie d’autunno: mi è sempre sembrato cadessero ognuna allo stesso identico posto dell’anno prima, con gli stessi bilichi sui muretti, e gli stessi colori ogni volta. Tanto che al buio, passando, ne prevedevo ogni scrocchio. Foglie diverse, anno per anno, e che pure mi sembravano sempre le stesse, perché nulla lì sarebbe cambiato mai. Non se ne sarebbe dato caso, almeno. Così pensavo.
Stiamo parlando di aiuole e tavoli ingegnati da mio padre e mia madre, e di come mi sembravano matti, piegati di domenica sulle calcine e i tufi, per costruire il piccolo paradiso che li estraniasse da quella provincia grezza e trascurata. Al di là del cancello, un altro mondo. Un panorama artificiale, quegli sforzi, pensato per trovarsi bene guardando dentro, piuttosto che spingendo gli occhi fuori come fanno tutti.
Stiamo parlando, tornando molto indietro, delle betoniere di notte, con quei fari accecanti e le bestemmie mute degli operai. Poco dopo il terremoto dell’ottanta si costruiva così: al buio, di nascosto. Tutti così, ed anche noi. Al mattino, intorno c’era sempre uno scheletro nuovo, fasciato di legno, che spuntava dalla terra. Ed al mattino dopo ancora c’era sempre un foglio bianco con gli estremi del sequestro. Un piano regolatore, che non c’era, e che con la sua assenza diceva: vivrai dove potrai, ti faremo sapere. Poi l’assurdità è stata condonata più e più volte, ed in tanti si sono sentiti tanto in ragione che neanche hanno voluto saperne di condonare il diritto ad avere una casa sulla loro terra. E stanno ancora lì così, e ci resteranno, fottendosene sanamente delle sanatorie e di quella cupa montagna piena di lava che dorme. E non è neanche tanto vero, ché tra quelli c’è chi la sanatoria, in quegli anni, l’ha pagata alla camorra; una camorra non si saprà mai quanto estranea a chi non rilasciava licenze edilizie dopo un terremoto di quel genere. Ed io me le ricordo bene – anche se sono passati 25 anni – le autopompe che colavano calcestruzzo nel buio. E ricordo papà preoccupato. Non lo capivo affatto, è vero, ma lo ricordo.
Stiamo parlando di un cancello provvisorio di legno, che era stato fatto sempre da papà in forma di come avrebbe dovuto forgiarlo poi il fabbro per quando ci sarebbe stato qualcosa da proteggere in casa. Fatto della forma di cui è ora: basso, violabile, di sfida allo schifo che ha chiuso fuori per anni. E sì che l’ho scavalcato mille volte, da ubriaco.
Stiamo parlando della piscina fatta con una betoniera avanzata. E dell’estate passata a galleggiarci con un femore rotto, ché solo nell’acqua potevo fare conto di due gambe intere.
Le erbacce, stiamo parlando di tutti quei fili d’erba indesiderati che mia madre si porta nelle rughe delle mani. Di tutto quel lavoro che io ho trovato sempre inutile ma che a lei ha riempito la vita, e gli occhi ogni volta che sospendeva il lavoro: sospendeva, ché finito non l’ha pensato mai.
Quando costruisci una casa, vivi per sempre in un cantiere e non c’è nulla mai che sia definitivo.
Stiamo parlando di una colonna spuntata al centro della tavernetta da un giorno all’altro. Una colonna che ha sempre negato lo spazio ad un biliardo, e che mio padre ha piantato lì perché non era stato presente quando il pezzo di solaio che regge è stato “gettato”. E lui, se non sa quanto ferro c’è in ogni centimetro del solaio della casa dove vive la sua famiglia, sotto ci mette una colonna salvavita, a prescindere. Ci ha sempre salvati da tutto, lui, ed il più delle volte non ce ne siamo neanche accorti.
Stiamo parlando anche di tante altre cose, ma che finiscono ancora più incomprensibili di quelle dette fin qui: della canna fumaria incendiata, del patio che sta su per miracolo, dell’impianto elettrico più pazzo del mondo, di decine e decine di metri di cavo lan. Dei gatti che fanno beffe di ogni spazio dove non ci sia più un cane. E poi c’è quel buco di stanza nel giardino, che in casa si diceva laboratorio, ma che i miei amici hanno sempre chiamato la “redazione di Barnaba”.  Parliamo di anni di isolamento passati lì dentro, al pc, a scrivere e scrivere. Qualche successo che vivo oggi, lo devo a quegli anni di suicidio accademico e professionale passati lì dentro: avevo ragione.
Stiamo parlando del fatto che dopo un anno di estranei che sono venuti a vedere tutto questo accompagnati dai “tecnocosi” ci lasciamo alle spalle un po’ di noi.
Ora c’è un borgo medievale con una casa con un porticato affacciato su una splendida valle. Ci sono tanti ulivi ed una bella vigna per fare l’aglianico. S’è deciso che lì ora è casa. Ma non c’era bisogno di decidere niente: è casa dovunque io trovi quei matti che mi somigliano tanto. Purché li trovi sempre insieme, per me non sarà cambiato niente. Proprio niente.



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5 Comments

  • nardi nardi nardi come sono belli questi post ..

  • ciao bippina

  • Tigro, Tigro! Gli estranei faranno il bagno dove il Tigro e la rana sono soliti fare cosette appena arriva la prima estate!

  • Tigro, Tigro! Convinciamo il nonno a costruirci il campo da tennis nella casa nuova!

  • Syd

    sospettavo da tempo che Nardi sapesse scrivere… ;-) caro FN, complimenti per l’architettura del pezzo oltre per quella della casa di Barnaba, che sei riuscito davvero a farci vedere.. a 4 dimensioni, perché questo è non solo descrivere una cosa (o una casa, che è una cosa, e insieme molto di più), questo è raccontarla nel tempo e nel significato ..