Per aspera ad Astrid
Ti invito al viaggio
in quel paese che ti somiglia tanto.
I soli languidi dei suoi cieli annebbiati
hanno per il mio spirito l’incanto
dei tuoi occhi quando brillano offuscati.
Laggiù tutto é ordine e bellezza,
calma e voluttà.
Il mondo s’addormenta in una calda luce
di giacinto e d’oro.
Dormono pigramente i vascelli vagabondi
arrivati da ogni confine
per soddisfare i tuoi desideri.
Quest’anno si sono viste rane nel prato fin quasi a Natale. E’ per l’inverno ch’è arrivato tardi; sì, quel po’ d’inverno ch’è arrivato. M’ero abituato a quelle presenze nel prato. Rane d’inverno. Ogni volta che attraversavo il viale, di notte, le vedevo saltarmi davanti; sempre un attimo prima di metterci il piede sopra. Mai successo, per fortuna. Come una rana d’inverno. Certa letteratura, quando l’incontri, ti sgomenta. Rane piccole, mimetizzate tra le foglie cadute dal noce. Anche Barnaba, alla fine, s’era abituato: non faceva più pelo sulla groppa e quei balzetti d’ingaggio, come con le lucertole. Erano presenze amichevoli, evidentemente, anche per lui. Però quel freddo. Rane d’inverno. E’ perché l’inverno, al netto delle convenzioni, può non essere solo una stagione. Ce n’è abbastanza perché una vita vi si svolga compiuta, all’umido di un giardino svuotato. Ce n’è abbastanza d’inverno per averne abbastanza di lui, e pretenderci la primavera dentro. E’ una cosa un po’ da sguardi bonari, forse troppo da pia intenzione. Ma le rane non hanno intenzioni, hanno solo una intenzione. M’è sembrato che queste che si sono attardate qui nel prato, quest’anno, volessero sopravvivere alla convenzione. Quasi rifiutassero l’imprescindibilità del letargo, quel sonno malmostoso e lento. Quella convenzione, precisamente, che al di fuori di ogni scelta le annienta una alla volta: questo freddo feroce, che non smette d’essere. Ed io, anche io un po’ sono indispettito dal letargo per legge naturale. Io vorrei far fuori di colpo tutti i se ed i ma. L’ho già fatto un po’, ma vorrei liberarmi anche della metafora residua. Io vorrei anda’ via, come diceva uno zingaro di Monicelli, con l’ultima rana dell’inverno. Vorrei anda’ via con una ranocchia nel taschino, al caldo. Non è folle, non lo dite, ché voi non l’avete vista saltare. Sì, è vero, al buio neanch’io l’ho vista bene. Ma bella dev’essere, per saltare così.
(02:13:13 del 07/02/2007)
